Run, una corsa sospesa tra coraggio e follia

“tutti siamo destinati a rincorrere ciò che ci è sfuggito di mano”

Run è un racconto amaro e disperato sulla presa di coscienza di un uomo giunto al primo grande giro di boa della sua vita. La sua consapevolezza è frutto di una spietata resa dei conti tra ciò che voleva essere e ciò che invece è diventato. Con questa premessa il successivo conflitto tra la sua responsabilità come padre e l’incoscienza spensierata di suo figlio diventa il volano del suo scatto di volontà con il quale ribellarsi ad una vita piatta e apatica, figlia di scelte consuete e prive di slanci vitali. Ecco allora il collegamento con le canzoni di Bruce Springsteen a cui si ispira il plot, in relazione a come si puo crescere in una piccola città, quando si hanno poche prospettive e limitati punti di vista. Oltre alla citazione di “Born to Run” con cui si apre il film, il titolo della canzone appare anche in forma di tatuaggio sui corpi di due dei protagonisti.

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Il terribile sospetto che i nostri figli finiranno per commettere i nostri stessi errori spinge il protagonista (Mark Stanley) a cambiare la propria rotta, in maniera così brusca e inaspettata, che è quasi impossibile determinare l’esito della sua combattuta scelta a metà tra coraggio e follia. Così la pellicola inizialmente segue i dettami del realismo britannico per poi superare la drammatizzazione del contesto sociale, con lo scopo di raccontare un conflitto generazionale dalla parte dei genitori che vivono sulla loro pelle la percezione di se stessi attraverso le scelte errate che fanno i loro figli. In questo scenario Run più che un film sul riscatto dalla propria esistenza limitata, si rivela un dramma sul rimpianto, raccontato attraverso il filtro della disperazione pronta a generare un sentimento nocivo per se stessi e per gli altri, come la frustrazione di non essere riusciti a costruire il futuro immaginato.

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PUNTI DI FORZA

Particolarmente interessante è la combinazione di una serie di aspetti che contribuiscono a rendere inquieta ma necessaria l’iniziativa estrema del protagonista pronto a mettere in discussione tutte le certezze della propria vita pur di sentirsi nuovamente vivo. In quest’ottica la regia asciutta di Scott Graham, unitamente al lavoro in sottrazione di Mark Stanley , e alle tinte fosche della fotografia di Simon Tindall con il supporto del notevole sound design di Joakim Sundström, riescono nell’impresa di raccontare la graduale presa di coscienza di un uomo sui propri fallimenti. In questo scenario il protagonista (Finnie) in un momento di sconforto e di forte frustrazione prende le chiavi della macchina di suo figlio con lo scopo di ritornare a gareggiare nelle corse di drag racing. In questo inatteso gesto si intravede la natura del suo conflitto interiore: al volante prende sempre le stesse strade come se non volesse mai andare veramente da qualche parte. Egli ambisce solo ad essere semplicemente in continuo movimento, perchè è infondo l’illusione della libertà che egli desidera, l’unica che può dargli ancora una sensazione di controllo, quasi come se potesse ancora avere voce in capitolo circa lo sviluppo della sua vita.

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PUNTI DEBOLI

L’idea di trasporre le atmosfere ispiratrici di Springsteen nel tessuto sociale di una lontana comunità costiera scozzese perde potenza e slancio. Il problema sta nel modo con cui cerca di incanalare la rabbia di Finnie contro la sua soffocante esistenza. Sono pochi e brevi i momenti in cui la sua frustrazione arriva realmente ad un midpoint necessario per spingerlo a ritornare al drag racing. Per il resto la maggior parte dell’azione si svolge in uno spazio angusto all’interno della sua auto, mentre fuori piove a dirotto. All’interno di quell’abitacolo è lui che decide in che modo direzionare la propria vita, ma prima di mostrarci in che modo ha ripreso le redini del suo presente, bastava estremizzare le ragioni del suo conflitto interiore in modo da renderci inevitabile la sua scelta ultima.

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Cercando Scott Graham……

Ha lasciato un segno indelebile nel panorama filmico grazie alla sua bruciante opera prima Shell con cui ha ottenuto nel 2012 una nomination ai BAFTA come miglior opera prima per poi vincire lo stesso anno il premio come miglior lungometraggio al Torino Film Festival conquistando anche l’ambitissimo premio FIPRESCI. Successivamente ha impressionato tutti con il film Iona con protagonista la candidata all’Oscar Ruth Negga. Poi è arrivata la volta di Run, recentemente presentato con successo all’ultimo Tribeca Film Festival nella sezione Best International Narrative Future.

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Release Info

Run

Paese d’origine: UK

Durata: 78 minuti

Data di rilascio (USA): 26 aprile 2019 (Tribeca Film Festival)

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