Il Regno: la lucida autopsia del sistema politico (Spagna)

Vincitore di 7 Goya (gli Oscar spagnoli) tra cui miglior regia, miglior attore e miglior sceneggiatura, Il Regno (El Reino) è il film iberico più premiato dell’anno complice una visione narrativa dal grande impatto visivo. In questo scenariro siamo di fronte ad una lucida autopsia sul sistema politico iberico moderno, infettato alla radice dal virus della corruzione. Su questa lunghezza d’onda la pellicola denuncia il dannoso arrivismo della classe dirigente pronta a tutto pur di proteggere i propri interessi personali.

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Per raccontare questo mondo cinico e spietato il regista, Rodrigo Sorogoyen, sceglie un ellisse narrativa con lo scopo di immergere lo spettatore nel cuore di un sistema marcio fino al midollo. In questo modo offre al pubblico la possibilità di farsi un’opinione senza pregiudizi, restando fuori dalla scacchiera ideologica. Di conseguenza per rendere il suo punto di vista il più universale possibile, è necessario omettere le irregolarità di quel partito con lo scopo di concentrare l’attenzione non sulla gestione sconsiderata dei fondi europei ma sulla portata drammatica di un intero sistema basato sulla menzogna e sulla collusione di interessi.

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Al centro della vicenda il politico López-Vidal sta per conquistare la leadership nazionale del suo partito, ma prima che ciò avvenga si ritrova coinvolto in un caso di corruzione. A quel punto anzichè dimettersi e fare marcia indietro, salvando così la credibilità della sua corrente partitica, preferisce continuare il suo mandato ma con un obiettivo diverso: creare uno tsunami istituzionale con lo scopo di coinvolgere i suoi colleghi di partito e scatenare una spirale infernale per mostrare il lato oscuro del sottobosco politico.

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Particolarmente interessante l’approccio del regista che sceglie di raccontare la discesa agli inferi di questo politico corrotto affidandosi ad uno stile incisivo caratterizzato da una frenetica musica elettronica oltre che sulla ripetizione di sequenze virtuose che scandiscono come lancette la veloce caduta delle maschere. In questo modo riesce nell’intento di realizzare sequenze tese, anche se poi l’azione è concentrata e schermata negli uffici di comando del partito. Sulla falsa riga delle migliori opere politicizzate italiane durante il decennio di Piombo, Il Regno fa qualcosa di più perchè condanna una parte del potere per denunciare un’intera classe politica completamente disconnessa dalle realtà e che si ritiene intoccabile a causa di privilegi concessi dalla detenzione del potere.

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A puntare il dito però non è un giornalista e nemmeno una testimonianza scomoda di un cittadino, ma il politico stesso che dall’interno del suo Inferno grida al mondo che presto tutto brucerrà in nome del Dio denaro. In questo modo Il Regno stravolge i codici del genere esplorando le implicazioni relative all’aspetto umano della vicenda raccontata con il solo scopo di destabilizzare lo spettatore ma soprattutto per ledere senza pietà alcuna le sue certezze. E’ proprio in questo pericoloso campo minato che fioriscono sentimenti di sfiducia e disprezzo verso l’oligarchia politica europea, e che hanno portato nelle recenti democrazie ad un’avanzata del populismo più estremo.

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