Tre Volti (Iran)

Tre volti è un viaggio stratificato reso affascinante da un linguaggio visivo colmo di metafore isolate attraverso le quali raccontare le contraddizioni sociali dell’Iran di oggi. In questo scenario tre attrici “catturate” nelle diverse fasi della loro carriera fungono da filtro per affrontare le differenti questioni sociali che minano in profondità la società iraniana. Le tre donne appartengono a tre fasi storiche diverse: la prima ha conosciuto la sua fama prima della Rivoluzione Islamica del 1979, un’altra è un attrice popolare di oggi, e la terza è una ragazza che desidera ardentemente frequentare un corso di recitazione contro il volere della sua famiglia

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In quest’ottica Jafar Panahi, conosciuto ai più per il capolavoro Il cerchio e per Taxi Teheran, sceglie la professione artistica dell’attrice come metafora per spiegare il conflitto delle istituzioni nel far prevalere leggi e regole prive di umanità, sempre in bilico tra finzione e ipocrisia. L’ermetismo di alcune scelte narrative è in parte spiegato dal divieto da parte del governo nazionale nei suoi confronti, di fare film incentrati sulla “propaganda avversa alla Repubblica islamica”. In questo modo per eludere le restrizioni del governo il regista cede volontariamente a momenti criptici come quello in cui non vuole rivelare a sua madre che sta girando un film mentre tutti dicono il contrario, sottolineando il subdolo clima di terrore a cui sono sottoposti gli artisti.

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L’overture oscilla tra simbolismo e realismo e suggerisce il filo conduttore che unirà idealmente la storia di queste tre donne: fingere per sfuggire alle ipocrisie del presente. In tal senso nel primo frame assumiamo la soggettiva di una giovane (Marziyeh)
attraverso un drammatico video-selfie che manderà tramite smartphone nel quale si suicida perché ostacolata dalla sua famiglia a seguire un corso di recitazione per lei di vitale importanza. Il mittente di questo estremo messaggio è una popolare attrice (Behnaz) che nella disperazione decide di rintracciare la giovane per capire quanto sia vero quello che ha visto nel video. In questo viaggio nell’Iran rurale si scopre che Marziyeh è stata intanto emarginata per le sue velleità artistiche. Allo stesso modo una star di una certa fama che vive nella zona circostante e che non appare mai sullo schermo, viene trattata allo stesso modo. In generale però gli abitanti del paese maneggiano il tema alternando in maniera ipocrita adulazione e disprezzo.

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Un motivo per vederlo

Perchè offre la possibilità di scoprire un’altra faccia dell’Iran attraverso una parabola cinica e simbolica sui limiti morali della società in cui vive. La sua ricerca mai compiuta sul tipo di linguaggio visivo a cui affidarsi per raccontare le contraddizioni del suo tempo, è il mood ideale per la sua esplorazione nella quale si interroga sul discutibile concetto di umanità su cui si basano le moderne leggi civili del suo Paese. La sensazione che si ha fin da subito è che Panahi non è in grado di offrire a queste donne una soluzione per via del radicato rifiuto della società iraniana sempre refrattaria a rendere la libertà di scelta un diritto inespugnabile. Il contrappunto a tutto questo è il silenzio di pietra unitamente ad un’innata intollerrenza che circonda ogni manifestazione di indipendenza da parte delle donne. Su questa lunghezza d’onda la visione lirica del finale racconta amaramente ciò è stato fatto, quello in cui si può ancora sperare, ma che forse non potrà mai cambiare.

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Scena da ricordare

Sul piano allegorico si distinguono in particolare due scene che meritano la vostra attenzione: la prima è quella in cui uno stallone di razza pura soccombe in mezzo ad una strada ostacolando il passaggio in auto dei protagonisti con chiaro riferimento al crollo del mito della mascolinità in opposizione al trattamento ricevuto dalle donne, la seconda è quella in cui si sceglie di sottolineare la natura nociva di alcune superstizioni popolari che portano ad associare il prepuzio di un ragazzo dopo la circoncisione ad un elemento propizio in grado di garantirgli una fortuna carica di aspettative. In tal senso un abitante del villaggio racconta di essere stato arrestato per aver sotterrato nel giardino reale il prepuzio di suo figlio nella speranza di potergli assicurare un futuro prestigioso.

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Premi e Riconoscimenti

Nel 2018 3 Faces (Tre volti) ha vinto il premio come miglior sceneggiatura al Festival di Cannes a pari merito con Lazzaro Felice di Alice Rohrwacher. Successivamente ha conquistato il premio come miglior film in molti festival internazionali: dall’Hamburg Film Festival all’Antalya Golden Orange Film Festival, fino a vincere il Premio Leon Cakoff al San Paolo Film Festival.

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