Sami Blood (Svezia)

Sami Blood di Amanda Kernell racconta attraverso la lente della discriminazione razziale il passaggio mai indolore di una giovane donna dall’infanzia all’età adulta. Il dito puntato verso l’abito che indossa fa da ponte alla sua graduale presa di coscienza sul mondo reale fatto di barriere e pregiudizi. I legami con la sua famiglia e la sua cultura diventano un ostacolo nel momento in cui comprende il ruolo della sua tribù nella civilizzata Svezia, disposta a scolarizzare i figli dei Sami, antichi protettori e allevatori di renne, ma piuttosto reticente a favorire un’integrazione equa

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In questo scenario l’oppressione coloniale svedese verso le popolazioni indigeni dei Lapponi, funge da metafora per raccontare la sensibilità di una giovane donna nel momento più critico della sua crescita e cioè quello in cui prende atto del suo essere Donna. In quell’istante realizza che per farsi accettare deve cambiare, deve fingere di essere quello che non è. In questa castrazione implode una forte paura di esclusione. La stessa condizione di emarginazione che vivono le donne e gli uomini della sua tribù.

Particolarmente interessante sul piano narrativo é la dicotomia creata dalla regista per raccontare il percorso emotivo di questa giovane donna tra passaggio e fuga. L’approprazione della sua femminilità passa attraverso l’affermazione della propria identità culturale. In quest’ottica prende coscienza del ruolo della donna in una società bigotta in cui ha piu peso l’apparenza che la sostanza. Con queste premesse la protagonista prova a riscattare la sua inferiorità allineandosi verso un modus vivendi più omologato e meno esposto a critiche e a pregiudizi. Questo sentimento ingiustificato di repulsione innesca però un meccanismo di rabbia nella protagonista che con il tempo si trasforma in un rigetto non solo delle proprie origini ma anche della propria identità culturale.

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Un motivo per vederlo

Perche ci mostra che cosa c’è dietro le nostre paure, un lungo precipizio segnato dal senso di colpa, profondo e buio come un pozzo senza fondo. E’ questo quello che si vede quando si prova a fare un amaro bilancio della propria vita, specialmente se è segnato, come quello della protagonista, dal rifiuto delle proprie origini di minoranza in nome di un’omologazione che si difende con l’arma del pregiudizio. In quest’ottica, guardando la vita nella sua visione d’insieme, tutto trova senso: le assenze diventano mancanze, l’accettazione degli altri diventa paura di essere incompresi, le colpe dei grossi macigni sulla coscienza. Rifiutando le proprie radici, si impara a proprie spese a smarrire la propria identità.

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Scena da ricordare

La protagonista, animata da un forte senso di giustizia, reagisce improvvisamente alle gratuite vessazioni di un gruppo di coetanei che la bullizzano per le sue origini tribali. La giovane ignorando la barriera eretta dalle conformità sociali sfida uno dei suoi aguzzini, finendo per essere vittima della loro ceca ignoranza. A tal proposito il branco le ferisce un orecchio con un coltello cosi come nella scena iniziale la giovane aveva reciso l’orecchio di una renna per farle capire chi aveva preso le redini della sua libertà. In questo passaggio si legge il giudizio della comunità svedese nei confronti “degli sporchi Lapponi”, incivili e grette tribù da marchiare come si fa con gli animali da macello.

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Premi e riconoscimenti

Presentato con successo durante la 72esima edizione del Festival di Venezia nella sezione Giornate degli Autori, Sami Blood ha conquistato numerosi riconoscimenti nei vari Festival internazionali: dal Best Nordic Film al Goteborg Film Festival al Gran Premio della Giuria al Seattle International Film Festival, dallo Special Jury Prize al Tokyo International Film Festival al Best European First Film allo Zlin Film Festival. Senza dimenticare i 3 Guldbagge Awards (gli Oscar Svedesi) per le categorie: miglior attrice, miglior fotografia, miglior montaggio.

Poster Movie Art

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